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Le balle della Gelmini sulla disabilitÓ e il sostegno

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Le balle della Gelmini e la disabilità
Ovvero: quando la propaganda di regime diventa crudele

 
Dal 13 marzo, ossia dall’intervista alla Gelmini alla trasmissione “Che tempo che fa”, è ormai trascorsa una settimana, eppure non si placano, anche sul nostro sito, i commenti, per lo più indignati, alle frasi pronunciate dalla ministra dell’istruzione.
 
Per certi versi lo scalpore destato è sorprendente, perché tra le cose dette è difficile trovare qualcosa di nuovo. Non sorprende, invece, la pervicacia dimostrata dalla ministra nel ripetere sempre gli stessi slogan, praticamente senza alcuna variante, nemmeno nell’inflessione di voce, quasi come se la sua capacità recitativa sia giunta a un livello di saturazione. Dobbiamo tener conto che questo tipo di propaganda conta proprio sulla ripetitività e non ambisce a fare breccia tra chi frequenta un blog come quello di Retescuole, ma ha tristemente successo tra chi “vuole crederci” e vuole trovare conforto alla propria alienazione nel disprezzo delle altre categorie. Gli slogan di regime, inoltre, non hanno alcun bisogno di basarsi sulla verità, perché anche in quei rari casi nei quali le menzogne vengono pubblicamente smascherate, la smentita giunge con molta meno forza della balla gridata a squarciagola.


Prendiamo, a titolo d’esempio, l’affermazione: “Ci sono più bidelli che carabinieri”, che pure ha tanto indignato. Bene: è un cavallo di battaglia della Gelmini da sempre, o almeno da quando ha letto il titolo a caratteri cubitali sulla prima pagina di Libero (era il 23 settembre del 2008), che a sua volta l’aveva copiato dal Giornale on-line di sei mesi prima (17 marzo). Sappiamo che si tratta di una notizia priva di significato perché non ha nessun senso mettere a confronto dati non omogenei (nelle nostre tasche ci sono più acari che soldi, ma ciò non ci arricchisce), ma la propaganda sembra avere bisogno oggi più che mai delle mezze verità (o verità fuorvianti), mescolate alle menzogne per giustificare l’ingiustificabile.
 
Un classico esempio di mezza verità è contenuta nell’affermazione “nessun lavoratore verrà licenziato”, perché vero è che a chi è di ruolo non si può (ancora) togliere il posto di lavoro, ma altrettanto vero è che a decine di migliaia di precari, che il più delle volte hanno già superato selezioni e corsi previsti per svolgere il proprio lavoro, non è stato più rinnovato il proprio contratto o non lo sarà a partire dal prossimo anno. Per questo esercito di lavoratori, e per le loro famiglie, poco cambia tra l’esser licenziati o non riassunti, quello che è certo è che perdono un posto di lavoro che credevano, da anni, di aver faticosamente meritato.
 
Ciò che forse ha più indignato, dell’ultima intervista alla ministra dell’istruzione, è che mai prima di allora aveva sciorinato, con tanta supponenza e tutto insieme, l’intero campionario di slogan propagandistici. Alla categoria delle balle spudorate appartengono, ad esempio, le affermazioni secondo le quali il 30% dei tagli sia stato re-investito sul merito, quella sulla base della quale oggi vi sarebbero 3500 insegnanti di sostegno in più dello scorso anno e l’aver negato la sentenza di condanna contro il suo ministero per discriminazione nei confronti di alunni/e con disabilità.
 
A ben vedere è stato proprio in relazione al problema del sostegno alla disabilità che la Gelmini ha superato se stessa, segnando un salto di qualità nella sua campagna di disinformazione e denigrazione. Passi per il fatto che spaccia 3500 immissioni in ruolo per 3500 insegnanti in più, cioè per il fatto che dimentichi di dire che quegli insegnanti e quelle insegnanti c’erano già lo scorso anno, solo che erano ancora precari. Passi pure che neghi una sentenza per lei più che imbarazzante: il Tribunale di Milano – I sezione – lo scorso 10 gennaio ha infatti condannato il Ministero dell’Istruzione “per condotta discriminatoria” nei confronti di alcuni ragazze e ragazzi con disabilità e le loro famiglie, imponendo il pagamento delle spese processuali e il ripristino delle ore di sostegno già previste per l’anno precedente.
 
Ciò che risulta per nulla tollerabile è l’affermazione dalla ministra in relazione a questo punto ad intervista quasi conclusa, che riportiamo testualmente: “…è un problema di distribuzione degli insegnanti di sostegno e, qualche volta, di eccessiva superficialità nel riconoscere, in alcune regioni, disabilità che non esistono. Per cui qualcuno ha l’insegnante di sostegno non avendo di fatto bisogno dell’insegnante di sostegno e qualcun altro resta senza perché qualcun altro ha fatto il furbo.”
Un’affermazione tanto più vergognosa perché contiene un’accusa esplicita e infamante nei confronti di una categoria di persone, le famiglie di alunni/e con disabilità che, generalmente, non amano il palcoscenico e difficilmente prendono la parola nei pubblici dibattiti. Non è un caso se, su questo argomento, al nostro sito sia giunta una sola coraggiosa e toccante lettera di una mamma indignata, e altrettanto comprensibile è che si tratti di una mamma meridionale.
 
Sì, perché la nostra ministra non perde l’occasione per seminare anche un po’ di odio razziale, che è sempre figlio dell’ignoranza e di preconcetti e che è in fondo comprensibile, in chi ha frequentato il sud solo per svolgere l’esame di Stato dove le faceva più comodo, cambiando all’uopo la propria residenza.
 
Rivelando un egocentrismo preoccupante per una trentasettenne, l’onorevole bresciano attribuisce ad una categoria di persone una “furbizia”, vale a dire un disprezzo per le regole, che le è proprio. Quando, in tema di sostegno alla disabilità, fa la distinzione tra alcune regioni e altre, l’unico dato statistico sul quale la Gelmini può rilevare una reale distanza tra nord e sud è nella constatazione che il rapporto, previsto per legge, di almeno un docente di sostegno per ogni due disabili, è rispettato in molte province del sud, ma quasi mai in quelle del centro o del nord.
Naturalmente parliamo di scuola statale, perché quella privata, “furbescamente” definita paritaria, spesso rifiuta di accogliere i ragazzi disabili, come dimostrato da inchieste giornalistiche e confermato dalle statistiche.
 
In altri termini, piuttosto che mettersi all’opera per risolvere una questione di diffusa illegalità al nord, la ministra lamenta il rispetto della legge al sud e auspica non già l’assunzione di un numero tale di docenti da rientrare nei parametri di legge in tutto il territorio nazionale, ma semplicemente un “riequilibrio”.
 
Nel farlo dimostra il tatto di un elefante in un negozio di cristalli e gioca sui drammi delle famiglie di bambine e bambini con disabilità, su sentimenti di mamme e papà che, lei non lo sa, sono molto simili, ad ogni latitudine. Mostra o finge di ignorare che affinché venga assegnato l’insegnante di sostegno è necessaria una certificazione di disabilità rilasciata da strutture sanitarie pubbliche, una certificazione che dovrà essere periodicamente sottoposta a verifica e aggiornamento. Non può non sapere, però, che nessuna pratica del genere può essere avviata senza il consenso esplicito dei genitori e che quindi se “una furbizia” c’è, questa è opera in primo luogo delle famiglie dei disabili.
Nonostante abbia partorito da poco una bambina, la ministra pare non essere in grado nemmeno per un attimo di mettersi nei panni di una madre che scopre di aver messo al mondo una bambina con disabilità o che, un brutto giorno, viene convocata dagli insegnanti della figlia che sospettano un disturbo dell’apprendimento.
 
La Gelmini crediamo non sappia che la strada che si apre da quel momento in poi è lunga e difficile, fatta di consulti e visite, che negli ultimi anni si sono fatte ancora più “severe”, un autentico calvario, quasi che quei bambini/e e quelle famiglie , che si sentono oltremodo caricate di un compito difficile e pesante,  meritino anche un inasprimento della pena da parte dello Stato.
Può succedere così, e in verità accade spessissimo, che alunne e alunni con disabilità rifiutino di avere un sostegno sin dal principio, per non dover affrontare un percorso ad ostacoli, per il timore di vedersi etichettati a vita come “handicappati” o, nella maggior parte dei casi, perché non riescono ad accettare la propria realtà. Nelle nostre scuole si nascondono non già i piccoli furbastri frutto dell’immaginazione di una cinica ministra, ma migliaia di ragazzi e ragazze in difficoltà che un sistema d’istruzione veramente inclusivo non dovrebbe criminalizzare, ma incoraggiare a farsi aiutare, con discrezione e professionalità.
 
No, ministra Gelmini, non può esistere genitore al mondo che auspichi di vedere i propri figli segnati con quello che per gli ignoranti è il marchio indelebile della disabilità ed è semplicemente farneticante pensare che ci sia chi falsifichi carte per conquistare l’ambito trofeo di quattro o sei ore di sostegno a settimana. Se non riesce a capire nemmeno questo allora la preghiamo di fare l’unica cosa giusta: se ne vada!   
 
ReteScuole
http://retescuole.net/
Pubblicato Domenica 20 Marzo 2011 - 08:24 (letto 2743 volte)
Comment Commenti (9) Print Stampa

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